Sarà capitato tante volte anche a voi di sentirvi chiedere come fare a riconoscere un vino buono. Io rispondo “E’ quello che quando lo bevi  ti viene voglia di conoscere chi l’ha fatto, che cominci a immaginarti che faccia potrebbe avere”.  Sarà capitato tante volte anche a voi di sentirvi chiedere che vino vi piace. Io rispondo in prima battuta “Quello buono!” e poi più seriamente “In questo periodo amo i monovitigni eleganti, riconoscibili, ben caratterizzati, con una bella spalla verticale”. Uomo da nebbiolo, da barbera. Uomo curioso però, e disponibile, e per nulla talebano.

Con queste premesse mi sono accinto a “giocare” a questo gioco serio che è MyFeudo, serio per l’impegno profuso da Casa Vinicola Zonin in un’operazione che contiene una buona dose di novità, una seria allegria. Perché è sempre cosa seria il rimestare la propria immagine.

Il taglio bordolese di Principi di Butera è già in affinamento in cantina (e ci mancherebbe, mica aspetta noi…) ed io mi sono molto interrogato -nello stappare le tre bottiglie- su quale direzione intraprendere con vitigni internazionali, curati in terra di Sicilia da un direttore di tenuta-accademico calabrese con esperienze toscane,  assemblati –nel mio caso- da un milanese professionalmente appassionato più a suo agio tra le vigne del Monferrato.

Quale sarebbe stato dunque il carattere da infondere a questo vino? Il viso di chi si sarebbe dovuto cercare girando il bicchiere?

I vini “ci sono”: sono vini ben fatti con una caratteristica sopra le altre che li rende apprezzabili. Sì, sto per usare la parolaccia abusata, terroir: sopra alle tipiche note varietali didascalicamente  riconoscibili emerge con orgoglio un senso di appartenenza territoriale. Al giro del bicchiere rammento le parole di Franco Giacosa a proposito dell’annata 2007, lo scirocco, i 40°, l’immagine delle colline e persino il maglioncino indossato la sera. E questo mi rende i vini, pur se assai caldi, già decisamente simpatici. Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot siciliani, frutto –cercato- della terra di Sicilia.

E poi via, al lavoro, in due tornate a distanza di 24 ora prima che l’ossidazione modifichi eccessivamente le caratteristiche dei miei vini. Sono partito con un mio progetto in mente girandoci lungamente attorno, trovando correttezza più che emozione nei miei risultati, poi ho provato a stravolgerlo tenendo centrale un altro obbiettivo: non la “miglior cuvée possibile” ma la “mia cuvée”, decisamente diversa.

Inevitabile pensare all’enorme mole di variabili che una grande cantina si trova ad affrontare nel definire una nuova etichetta da immettere sul mercato. Che vino vuoi vendere? Che vino puoi vendere? Imponi il tuo gusto o segui quello che credi essere il gusto del tuo pubblico? Guidi o ti fai guidare? Arduo lavoro che a noi che oggi giochiamo è per fortuna risparmiato.

Ora rileggo i miei appunti e le note di accompagnamento alle diverse prove. Due risultati differenti sono emersi. Il primo è quello che a mio –modestissimo- parere più si dovrebbe avvicinare alle scelte già fatte in cantina, il secondo è quello che pur con le imperfezioni causate dalla mia inesperienza rappresenta la bottiglia che mi piacerebbe fare assaggiare agli amici, quello che “mi assomiglia un po’ di più”. Entro il 26 dovrò proprio decidermi…