Prendo spunto dalla domanda di Jacopo in risposta a un mio precedente post, per affrontare un argomento che da qualche anno a questa parte ci ha molto appassionato.

Buonasera Franco, e complimenti (anche a lei) per l’iniziativa. Ho letto che il blend è stato composto da merlot, cabernet, petit verdot. Una curiosità: in un periodo in cui sembra si vada sempre più verso una certa territorialità (etc. etc) come mai avete scelto queste particolari varietà alloctone? Grazie, ed un caro saluto.

Sinceramente, in passato, mi occupavo in Sicilia di vini che venivano ottenuti da assemblaggi di più uve autoctone con dei risultati apprezzabilissimi fra gli appassionati di vino.
Negli anni ottanta, mi era stato chiesto di cercare di ideare un importante rosso siciliano; immediatamente avevo pensato ad un Nero d’Avola in purezza.
Nacque in seguito un vino che, negli anni novanta, mi ha dato tantissime soddisfazioni.
Lo stesso è accaduto al Feudo Principi di Butera dove nell’anno 2000 è stato prodotto il primo Deliella, Nero d’Avola in purezza.
Quando sono in ufficio, con una punta di orgoglio, osservo alcuni dei riconoscimenti: 3 bicchieri del Gambero Rosso 2003, Sole di Gino Veronelli 2003, 5 grappoli AIS 2003…

Alla richiesta del dott. Francesco di tentare un blend stile bordolese, mi sono posto parecchi interrogativi; in breve ho tentato di sottrarmi alla richiesta.
Solo la pazienza e la positività del dott. Francesco mi hanno stimolato a riflettere e a trovare le giuste motivazioni: in Sicilia avevamo già avuto la conferma che gli ubiquitari Cabernet Sauvignon e Merlot avevano dimostrato non solo di poter esprimere ottime qualità ma anche di assumere una personalità molto spiccata e diversa da altri territori, nuovi o tradizionali.

Ecco come risultavano i vini che si ottenevano: molto piacioni e morbidi per una moderata acidità i Merlot, e alquanto austeri e strutturati i Cabernet Sauvignon.

Il Petit Verdot mi aveva intrigato dopo aver assaggiato molti anni fa dei campioni sperimentali all’Istituto Regionale della Vite e del Vino, che mi stupirono per l’intenso fruttato oltre per il bellissimo colore.
Mi son detto: forse con un buon assemblaggio potremo ottenere un vino con delle doti di buon equilibrio, armonia e piacevolezza…

Ricordo che a Saint- Emilion a Bordeaux, nell’ufficio del “regisseur” di Chateaux Ausone, il 1° Cru Classèe era enfatizzato un cartello con la scritta “C’est l’equilibre qui fait la qualitè d’un grand vin” (o qualche cosa di molto simile).
E’ cominciato così un bel gioco con i responsabili viticoli e di cantina per dosare i tre vini secondo i personali concetti di armonia e godibilità.
Quello che abbiamo percepito e che ci ha incoraggiato maggiormente è stato lo scoprire un certo, evidente carattere che accomunava i tre vini e che si esaltava in alcuni assemblaggi.
Non poteva che essere attribuito all’influenza del “terroir” quasi più marcata di quella varietale.

Si è accesa in tutti noi la lampadina della possibilità (spero non dell’illusione) di giungere ad un vino di territorio con vitigni alloctoni.
Ci è sembrato interessante, oltre che divertente, cimentarci anche su questa strada e tentare, con vitigni ormai considerati (ingiustamente) internazionali che, coltivati al Feudo, nel centro della Sicilia, possano assumere una loro originalità e gradevolezza.

Mi scuso per essermi dilungato eccessivamente ma sono argomenti che mi prendono moltissimo.