Questa la prima cosa che ho pensato dopo aver provato ad impostare il mio Myfeudo. Insomma, e va bene che sicuramente sembrerò banale, ma provate ad immaginare l’enorme quantità di variabili che vanno affrontate nella costruzione delle architetture che andranno a sostenere quello che alla fine sarà il vino che finirà sulla tavola di casa. Non è che siano aspetti a cui si pensa tutte le volte che si beve un bicchiere di vino, per dire.

Ci sono scelte a monte, in vigna. Scelte di sapienza e di esperienza. E poi in cantina, intervenendo o meno. O magari come. E quando. Decine e decine di scelte. Per non parlare dei blend, di come sarà necessario affinare questo Merlot per dare quella sensazione dolce che si ha in mente per quel particolare assemblaggio. Ed il Cabernet? Anche, come per il Petit verdot, certo. Scelte, ancora ed ancora.

Prima di assaggiare i tre campioni avevo le idee abbastanza chiare, o comunque credevo che tutto avrebbe girato con una certa facilità. Pensavo ai miei gusti, ed alle precedenti esperienze con altri tagli bordolesi, magari provenienti da zone abbastanza calde, come in questo particolare caso.
Immaginavo una piccola percentuale di Merlot, a donare un frutto caldo ed avvolgente, in particolare per caratterizzare lo spettro olfattivo. Ipotizzavo non troppo Petit Verdot, taglio selvatico di concentrazioni e di speziature. E poi fantasticavo sul Cabernet Sauvignon come spina dorsale di un blend caldo e profondo.
Invece, nel mentre della scelta, tutto è stato così diverso, a prescindere dal risultato finale.

Ecco, in fondo, quello che ci è stato chiesto di fare qui, con Myfeudo, è uno scherzo se paragonato all’enorme lavoro che ha portato alla definizione dei tre vitigni che ci siamo trovati ad assemblare.
Eppure io l’ho trovato esercizio di stile di una certa difficoltà, eccome.