Preparo il tavolo per il lavoro. Mi sono preso un paio d’ore con i P.E.U. (piccoli esseri umani) in trasferta: faticavo ad immaginare i traffici con il dosatore e il vino tinto che cola da per tutto e i ragazzi tutt’attorno. Metto un disco, e può essere solo Debussy: Prélude à l’après-midi d’un faune. Ridacchio, che il pezzo mi pare opportuno.
Certo non sono volute di fumo, ma tra bicchieri bottiglie misurini e dosatori mi pare di essere Dexter nel laboratorio.
Inizio ammirando l’organizzazione. Etichette adesive, stampate. Decilitro misuratore, schede in carta da 200grammi. Leggo attentamente le avvertenze, e poi stappo.

Il merlot è sferico, rasposo e un po’ cotto. Il cabernet sauvignon suona maturo, più maschio. Il p’tit verdot ha quel bel colore, quel naso sottile e muschioso. Quel finale asciutto.
Cercherò un bicchiere franco, con un poco d’acidità che renda felice il sorso perdendo le dolcezze in esubero.
Cercherò un bicchiere che confermi l’austerità fresca del p’tit verdot, la lunghezza del cabernet  e la batteria tannica del merlot.
Curioso quanto sia percepibile la differenza delle differenti misture, a pochi minuti di distanza: curioso che sia così palese la varianza tra i blend di due soli vini, più piatte e inespressive.

Al primo tenetativo ottengo una cavalcata tannica e un corpo esile. Lo correggo, ma mi resta un sorso dolce, troppo. Cambio ancora di poco, e trovo un poco di eleganza: ma il tannino allappa ancora. Provo ad eliminare il merlot, ma l’assaggio risulta slegato, e il naso rinchiuso.
All’ottavo tentativo il bicchiere è asciutto come vorrei, anche se ancora troppo dolce. Più profondo, esce anche qualche piccanza, libero da imponenze, breve nel finale.
Qualche altro aggiustamento centesimale, ed ottengo un po’ di complessità in più al naso. I tannini che restano esposti, evolveranno: il sorso declina meglio, senza crolli improvvisi.
Questo va bene.

(la cosa che non sai se non provi è che nella mistura il risultato non è mai pari alla somma delle parti. Dici: una parte di dolce, una di ruvido, una di acido ed ecco quello che mi serve. Invece esce una cosa piatta lattiginosa e molle come una lumaca senza la chiocciola.)

La considerazione finale, spogliata di ogni sentimentalismo, è che in fondo nel mio lavoro di oggi mancava un progetto: che cosa stavo raccontando? In fondo stavo solo cercando la gradevolezza secondo il mio – indegno – palato. E un bicchiere di vino non può, non deve essere solo questo. Che Sicilia racconta il mio assemblaggio? A chi deve piacere? Per chi è fatto?
In fondo preparare un vino che piaccia a se stessi è come scrivere “per sè”. Va a finire che ti scavi una nicchia così profonda che ti ci trovi sepolto dentro.

Mai come adesso, con il tavolo macchiato di macchie stinte, ho la convinzione che il vino sia soprattutto la prosecuzione del discorso con altri mezzi [cit.]