“Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo” mi chiedevo al termine della telefonata con la quale la Casa Vinicola Zonin mi chiedeva di partecipare all’iniziativa “MyFeudo” assieme ad altri 11 prescelti. Per la verità ancor oggi non me lo spiego: non sono un tecnico, non ho alcuna cultura teorica del vino. Bevo più che posso (nel senso che assaggio la maggior varietà di vini…) da solo e in compagnia, mi prendo il rischio di raccontare cosa ci sento dentro quel bicchiere magari facendomi coprire d’infamia (uno, due).
Vediamola così. Da un lato Zonin rappresenta l’altro vino: grandi numeri, linearità, prudenza e omogeneità di gusto confliggono pesantemente con il mio approccio emozionale alla mitica bevanda. Dall’altra Francesco Zonin si fa carico di una sensazione che come lui hanno tutti gli imprenditori degni di questo nome: percepiscono che con Internet ci si può e ci si deve fare qualcosa, ma poi faticano a concretizzare, a rieditare il loro sistema di riferimento fatto di rassicuranti campagne a lungo termine con i Centri Media.
Lavorare con Internet significa mettere le mani in un calderone ribollente di magma fuso, in cui il tempo di reazione è quello dei centometristi in finale e la capacità di cambiare idea è una delle componenti fondamentali. Mica facile, quando si lavora con i fatturatoni zilionari e decine e decine di collaboratori.
Allora: di blend di vino non capisco nulla, però il kit del piccolo chimico è spettacolare. Divertente, fino, completo delle schede enologiche e di una scheda di Franco Giacosa in persona.
E’ un esperimento, e come gli esperimenti si dovrà fare seriamente. Dal punto di vista enologico non so quale validità possa avere: ora ci provo.
Dal punto di vista della comunicazione dice tre cose che mi piacciono: 1. c’è una speranza per internet anche in Italia; 2. La comunicazione on line è molto altro rispetto al display, una moscissima riedizione dello spot – o della pagina – tradizionale. 3. Anche le grandi aziende sono fatte di uomini, ed è sugli uomini che dobbiamo investire.
L’appuntamento con “My Feudo” è al Vinitaly, dove verrà presentato il nuovo vino di Butera e si parlerà dei blend realizzato dalla “sporca dozzina”. Io per intanto vado a riempire le provette.
[Da Appunti di gòla]



8 febbraio 2010 @ 15:18
Questo post è così bello che non so davvero se sia possibile scrivere altro, da altre parti, sulla questione.
Intanto stasera è la sera. Piccoli enologi si diventa, non si nasce, di sicuro ci si gioca.
8 febbraio 2010 @ 17:21
Ciao Stefano, grazie del post: è un vero piacere leggere il tuo entusiasmo e non vedo l’ora di confrontarmi con te e tutti gli altri partecipanti.
Mi permetto solo un commento a quanto da te pubblicato. Non sono d’accordo quando dici che “Zonin” rappresenta grandi numeri, linearità ed omogeneità di gusto, se con “Zonin” ti riferisci alla nostra azienda o meglio ancora alla nostra famiglia. Abbiamo fatto della diversità e della non omogeneità il nostro credo attraverso 9 tenute, in 9 zone diverse ed uniche, con 9 enologi che la pensano in modo molto differente e che hanno approcci talvolta opposti, focalizzandoci sempre su vitigni autoctoni. E’ molto complicato dirigere una cantina, dirigerne 10 sarebbe una follia per lo sforzo che richiede se non fossimo assolutamente convinti che l’unica strada sia la diversità, il rispetto delle varie tradizioni ed il legame non solo con il territorio, ma con il singolo appezzamento di terra.
E’ vero che ogni tanto si crea confusione perchè siamo una delle poche aziende nel panorama nazionale ad operare in vari segmenti del mercato, ma mi piacerebbe si potesse conoscere più e meglio quanto i nostri collaboratori fanno in vigna ed in cantina tutti i giorni.
L’altra convinzione è che per fare questo, Internet rappresenti lo strumento imprescindibile, con tutti i pro ed i contro che hai elencato (ma sono convinto i pro siano di gran lunga superiori!).
Chiudo invece sottolineando il punto numero 3: la differenza la fanno gli uomini, ancor più vero se il momento è difficile. E su di loro stiamo investendo.
Buon riempimento di provette e a presto!
9 febbraio 2010 @ 11:20
Ciao Francesco
hai ragione, ho usato una espressione inesatta, o incompleta, o tutte e due.
Entrambi sappiamo che in tutti i comparti le grandi aziende si sviluppano anche grazie alla segmentazione dell’offerta, e in questo senso seguo perfettamente quello che dici.
Intendevo dire che se devi fare 5mila bottiglie che vendi al nonno e allo zio puoi anche permetterti qualche azzardo: il avlore dell’artigianalità e anche nell’imperfezione.
Se hai invece 5 milioni di pezzi, di cui una parte non frazionale deve aggredire mercati esteri la costanza qualitativa impone – a mio indegno avviso – anche scelte draconiane sugli esperimenti. La perfezione ha sempre un suo prezzo, e il prezzo della costanza è l’omogeneità.
Tra l’altro una grande azienda oggi deve anche confrontarsi con le impervie specifiche della sicurezza alimentare, e credo che su questo potremmo venire a lezione.
PS. che i pro siano di gran lunga superiori non è un’opinione, ma un dato di fatto…
9 febbraio 2010 @ 13:20
Stefano, molto corretto quello che dici.
La costanza qualitativa e di stile per i consumatori è un aspetto fondamentale, credo che lo Champagne sia la prova vivente di quanto determinante sia questo fattore. Nella legge dei grandi numeri, il consumatore deve poter contare su un gusto che possa ritrovare in ogni bottiglia, ovviamente scusando le differenze dovute all’annata.
Però, all’interno della “omogeneità” necessaria, gli stili e le qualità possono mutare nel tempo, magari migliorando. Per fare questo dobbiamo capire, sperimentare, provare ed ancora sperimentare; ed è chiaro che dobbiamo farlo sui piccoli numeri. E’ un pò come la Ferrari che sperimenta sulle Formula 1 le tecnologie che andranno a migliorare le Ferrari da strada. Ecco, noi sperimentiamo tecniche agricole ed enologiche sui nostri cru (anche se 6000 bottiglie non sono poi così poche…) per applicarle poi un giorno ad altri vini. Sperando sempre di migliorarci…