Mettete una buretta (sorta di cilindro graduato per liquidi) sul bando di una enoteca e mettetevi comodi a seguire le reazioni. Passato un pò di sgomento e varie richieste di assaggio dei 3 campioni monovarietali (a proposito dei tre quello che va via meglio è ovviamente il cabernet sauvignon, prendere nota amanti del marketing) qualcuno comincia a chiedere a cosa serve lo strano coso graduato. Se poi ti metti un pochino a mescolare in pubblico, scatta la curiosità e la voglia di sperimentare è contagiosa!
Scopri così che molte persone sono convinte che i vini siano essenzialmente uvaggi e non assemblaggi e trovano inconcepibile che i vini possano essere assemblati solo in un secondo momento dopo un pò di affinamento separato. Poi scopri che un conto è ciò che le persone pensano di volere e ciò che invece gli piace sul serio. Elemento fondamentale nella vita di un sommelier ma che spesso viene trascurato da uomini di marketing, analisti e soprattutto enologi, soprattutto preoccupati e pagati per avere il vino migliore e non il vino che si venda bene.
Per i più smaliziati, è anche bello capire che in enologia 1+1 raramente fa 2 in quanto mescolando vitigni con caratteristiche ben precise non si ottiene una somma algebrica dei due ma spesso moltiplicazioni o sottrazioni e una quantità spesso incalcolabili di proprietà emergenti, tipiche dei sistemi complessi come lo sono gli assemblaggi dei vini. E capisci subito che fare un vino spesso sconfina nell’arte, o almeno nel grandissimo artigianato.
Non essendo nè artista nè artigiano confido che il “mio” My Feudo sia venuto fuori almeno passabile, se non altro per la fortuna dei principianti…
[Andrea ha raccontato i dettagli del suo assemblaggio su Vino da Burde]