Insomma è venuto il momento di dare i numeri: il lettore attento li avrà intuiti, dal racconto delle prove e riprove che a suo tempo mi hanno avvinato tavole e tovaglie. Geloso delle macchie rimaste impigliate tra l’inchiosto blu nero della stilografica, ecco che mio blend ha preso forma per prove empiriche successive: profondamente analfabeta, mi sono sono affidato al naso e al palato, schioccando forte la lingua come faceva mio nonno per saggiare la “schiettezza” del lambruscone che si faceva dietro casa.
E togli e metti, ecco le considerazioni: sorprendentemente, le combinazioni di soli due vini perdevano tridimensionalità: l’aggiunta di un solo 10% la restituiva, quindi ho scartato subito gli accoppiamenti per gettarmi sulle varianze a tre. Infine, la saggezza del cabernet e la gravità del merlot mi portavano lontano dall’idea di vino eretto e bevibile che avevo progettato. Quindi mi sono affidato all’impertinenza, in qualche modo all’inesattezza del Petit Vedot per ottenere qualcosa che mi convincesse.
Dunque: Petit Verdot 50% Cabernet 30% Merlò 20%.
E prosit.

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29 marzo 2010 @ 12:09
Uhm, uhm…a occhio non si presenta come vino “facile”, immediato, ruffiano…perciò mi incuriosisce. Sarà possibile assaggiarlo?
29 marzo 2010 @ 14:26
Dovessi portartelo con le mani a coppa… si! perbacco, ma anche per diòniso!