Insomma è venuto il momento di dare i numeri: il lettore attento li avrà intuiti, dal racconto delle prove e riprove che a suo tempo mi hanno avvinato tavole e tovaglie. Geloso delle macchie rimaste impigliate tra l’inchiosto blu nero della stilografica, ecco che mio blend ha preso forma per prove empiriche successive: profondamente analfabeta, mi sono sono affidato al naso e al palato, schioccando forte la lingua come faceva mio nonno per saggiare la “schiettezza” del lambruscone che si faceva dietro casa.

E togli e metti, ecco le considerazioni: sorprendentemente, le combinazioni di soli due vini perdevano tridimensionalità: l’aggiunta di un solo 10% la restituiva, quindi ho scartato subito gli accoppiamenti per gettarmi sulle varianze a tre. Infine, la saggezza del cabernet e la gravità del merlot mi portavano lontano dall’idea di vino eretto e bevibile che avevo progettato. Quindi mi sono affidato all’impertinenza, in qualche modo all’inesattezza del Petit Vedot per ottenere qualcosa che mi convincesse.

Dunque: Petit Verdot 50% Cabernet 30% Merlò 20%.

E prosit.